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Nadia Terranova. Professione: raccontare storie

L’ho raggiunta al telefono pochi giorni prima di Natale. Ero un po’ tesa, comprensibilmente: la prima intervista per A Story Shop, ad una delle scrittrici italiane che apprezzo di più, senza una testata giornalistica con cui presentarmi ma con un sito pressoché vuoto di contenuti, insomma una pagina bianca, promettente solo nella mia testa.

Ecco chi è Nadia Terranova, secondo la biografia riportata dal blog culturale Minima&Moralia.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012; edizione economica, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015; Super ET, 2016; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati e del premio americano The Bridge Book Award). È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano e in corso di traduzione negli Stati Uniti. Collabora con la Repubblica e altre testate.

Su un sito destinato a raccogliere storie ero decisa a riservare il primo spazio ad una donna che di mestiere racconta storie. C’è chi alla scrittura ci arriva per vie traverse, magari dopo una vita passata a fare altro, scoprendo per caso di avere talento o semplice passione per la parola; c’è chi, invece, sa di voler scrivere appena scopre l’alfabeto, e da quel momento non perde di vista neanche per un secondo l’obiettivo.

“La mia vita personale e la mia vita professionale hanno sempre coinciso. Tutte le mie scelte sono sempre state orientate alla volontà di scrivere, sentivo di avere una storia da raccontare dentro di me e sapevo che da questa storia ne sarebbero scaturite delle altre. Ricordo che a scuola la maestra un giorno mi chiese se da grande volessi fare la giornalista, perché i miei temi erano sempre molto dettagliati. Quella volta le risposi di no, che avrei voluto fare la scrittrice. E’ sempre stato tutto molto chiaro nella mia testa. All’Università ho scelto Filosofia, e non Lettere, perché volevo allenare il cervello allo studio. Poi c’è stato il dottorato in Storia per lo stesso motivo: continuare a studiare”.

Dopo gli studi, Nadia lascia Messina per trasferirsi nella Capitale. “A Roma ho cominciato a lavorare nell’editoria perché volevo farmi le ossa sui libri degli altri. Una grande scuola per me sono state le bandelle e le quarte di copertina, perché mi hanno insegnato il senso della gabbia, ho imparato a non superare i limiti. Tutto questo ti torna utile nella scrittura, per organizzare il tuo magma interiore”. La sua città, però, le rimane dentro: per uscire aspetta una storia, quella che Nadia vuole raccontare da tutta una vita.

“Il nodo cruciale della mia vita è stato il trasferimento a Roma, perché mi ha permesso di mettere la giusta distanza tra me e Messina. Andando via ho potuto raccogliere tutto il materiale emotivo della mia infanzia e della mia adolescenza e organizzarlo. Anche il mare, come una barriera fisica, mi ha aiutata in questo. Una volta lontana da casa, la mia storia poteva finalmente essere raccontata”.

Il primo romanzo di Nadia riceve moltissimi no da moltissimi editori, finché Einaudi dice un forse, che impiegherà un po’ di tempo a trasformarsi in un sì. Nel 2015 esce Gli anni al contrario, “anni in cui due ragazzi innamorati giocavano a fare i grandi, senza mai diventare adulti. Erano gli anni Settanta”. L’autrice lo ambienta a Messina e racconta una città capace di offrire qualche arcobaleno che compare a prendersi gioco della bruttezza architettonica di palazzi abusivi, assemblati senza criteri nel delirio urbanistico della ricostruzione, dopo il terremoto del 1908.

“Andando via dalla mia città mi sono riscoperta messinese come mai avrei creduto di essere. Da lontano ho potuto comprendere la complessità del rapporto che Messina ha con il mare e con il resto della Sicilia, mi è stata finalmente più chiara l’identità di un luogo che da ragazza mi aveva fatto patire per il suo provincialismo. Da lontano ho anche riscoperto tutte quelle influenze positive che poi avrebbero fatto parte della mia storia. Penso di aver dato vita ad una città in cui possono identificarsi diverse realtà di provincia, non solo del Sud ma anche del Nord Italia”.

Non un’immagine da cartolina, ma spazi reali, a portata di mano, atmosfere che il ricordo fa vivere fuori dalla finestra, “come il mare spettrale d’inverno, un mare che nessun’altra città di mare ha. Ne Gli anni al contrario c’è tanto della mia città, ma è appunto mia, personale. Difficile che oggi qualcuno possa vedere Racalmuto come la vedeva e la descriveva Leonardo Sciascia. La memoria esercita una continua ricostruzione. Penso a Isabel Allende, che ne Il mio paese inventato racconta da esule il suo Cile e crea un legame tra il Paese che ha in testa e quello reale. Credo che sia una condizione comune a tutti gli scrittori che vanno via dalla propria terra. E penso anche a Simonetta Agnello Hornby, che ho conosciuto di recente. Lei vive a Londra da decenni, ma scrive sempre della Sicilia”.

A ottobre Einaudi pubblicherà il secondo romanzo di Nadia Terranova. Questa volta nessun forse, ma un sì deciso.

Le chiedo se ci sia mai stato un momento in cui avrebbe preferito fare scelte diverse da quelle che l’hanno portata alla scrittura. “No, – mi risponde – mai avuto dubbi. Nemmeno quando il mio manoscritto riceveva rifiuti, nemmeno quando avevo problemi economici o facevo lavori che non mi piacevano per poter continuare a scrivere. Da quando è uscito il mio primo romanzo ho la serenità di poter immaginare di fare finalmente solo questo nella vita. Sto bene quando scrivo, so di poter riequilibrare i mostri che ho dentro”.

Allora le chiedo se ha mai pensato che se fosse stata uomo sarebbe stato diverso. “Mai negli aspetti concreti. I miei genitori mi hanno abituata a pensare che, uomo o donna, avrei potuto raggiungere tutti gli obiettivi che mi fossi prefissata. Ma lo penso nella rappresentazione della scrittura: la donna viene sempre tagliata fuori. E’ un problema di misoginia della lingua italiana, che considera solo gli scrittori uomini. E le donne? Sappiamo che scrivono molto e sono sempre state delle narratrici, eppure quando si parla di letteratura scompaiono, come se non si volessero accettare le conquiste in fatto di parità”.

A questo punto voglio sapere quali sono le scrittrici che l’hanno ispirata nel suo lavoro e nella vita. La risposta è immediata: “Natalia Ginzburg è la mia preferita. E’ la scrittrice che mi ha influenzata di più. Un grande peso lo ha avuto Simone de Beauvoir, soprattutto quando ero ragazza. Annie Ernaux, che ha fatto letteratura della sua vita, ma mai in maniera morbosa. E poi Jane Austen, di cui ho tradotto le trasposizioni dei romanzi in fumetti, e Louise May Alcott, che era una femminista e figlia di una suffragetta. Sono felice di aver scritto la prefazione della nuova edizione di Piccole donne, che uscirà a marzo per Feltrinelli. Infine ci sono le poetesse, come Maria Costa, un’artista della parola: quando l’ho vista in carne ed ossa è stato bello dare un volto a quello che leggevo. Non mi sembrava vero”.

Caterina Mittiga

 

foto di Daniela Zedda

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