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Giorgia Purcaro. Scienza e ricerca. O meglio, il CSI degli alimenti

Fra pochi giorni – l’11 febbraio – si celebra la Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza, istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU dopo aver constatato che anche nei paesi più industrializzati le percentuali legate alla possibilità che le ragazze conseguano titoli accademici in ambito scientifico sono tuttora molto basse (non superano il 18%).

La scienza è veramente una cosa da uomini? Non credo. Eppure i dati sono sconfortanti: sono poche le ragazze che credono di poter avere un futuro nelle discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Secondo l’Unesco, solo il 30 per cento dei ricercatori scientifici di tutto il mondo è di sesso femminile.

Giorgia Purcaro fa parte di questo 30%. Trentanove anni, nata a Montebelluna (TV), nel 2015 è stata inserita dalla rivista The Analytical Scientist tra i quaranta migliori scienziati al mondo under 40 nel settore della chimica analitica applicata all’alimentazione. Nessuna distinzione tra uomini e donne. Oggi è ricercatore scientifico alla Thayer School of Engineering, Dartmouth College, New Hampshire, Stati Uniti.

Ci scambiamo diverse mail. Lei è gentilissima e molto impegnata, e io provo grande imbarazzo perché credo che dalle mie domande si senta forte e chiara la mia totale e completa incompetenza in ambito scientifico.

– Perché hai scelto di specializzarti nella chimica analitica applicata all’alimentazione?

Durante i miei studi universitari in Scienze e Tecnologie Alimentari ero molto più affascinata dalle problematiche di qualità e sicurezza che dalle tecnologie alimentari in sé. Quindi la mia tesi è stata focalizzata sulla messa a punto di metodiche analitiche per l’analisi di contaminanti cancerogeni negli alimenti. Da qui mi sono appassionata alle tecniche analitiche in quanto mezzi estremamente potenti per caratterizzare e garantire la sicurezza degli alimenti.

– Come spiegheresti il tuo lavoro a chi non è un esperto in materia?

Semplificando e banalizzando potrei dire che è come il protagonista della serie TV CSI, ma con il mondo degli alimenti!

– Raccontami il tuo percorso formativo e le scelte più decisive e radicali della tua vita.

Ho una laurea in Scienze e Tecnologie Alimentari ottenuta con il massimo dei voti all’Università di Udine. Appena laureata ho lavorato un anno in una ditta che realizza prodotti senza glutine, ma ho capito che non era la mia passione e che avevo bisogno di allargare le mie conoscenze, così ho fatto un dottorato in Scienze dell’Alimentazione, sempre all’Università di Udine, dove mi sono specializzata nella messa a punto di tecniche analitiche innovative per l’analisi di una categoria particolare di contaminanti cancerogeni degli alimenti (gli idrocarburi policiclici aromatici). Durante il dottorato sono stata sei mesi in Australia, dove mi sono approcciata alla tecnica cromatografica che ha poi guidato i miei anni a venire: la gas chromatografia multidimensionale comprehensive. Dopo il dottorato ho ricevuto la proposta di un post-doc all’Università di Messina, dal gruppo del prof. Mondello, uno dei massimi esponenti delle tecniche cromatografiche multidimensionali di cui mi ero appassionata. Sono stata a Messina parecchi anni, approfondendo ed estendendo le mie conoscenze in chimica analitica. Grazie al mio background negli alimenti e le conoscenze acquisite durante il mio postdoc, ho vinto un progetto di ricerca per giovani ricercatori e sono tornata a Udine come Assistant Professor. In quegli anni ho ricevuto un’offerta per un posto da professore all’Università della Tasmania (Australia): quello è stato uno dei momenti più difficili della mia carriera. Era un’offerta interessante, ma dall’altra parte del mondo e non ero ancora pronta a lasciare il mio Paese per diventare un “cervello in fuga”, ero convinta che la qualità, l’impegno e la dedizione pagassero ovunque e che prima o poi ce l’avrei fatta! Ho deciso quindi di rimanere in Italia e ho accettato di diventare Direttore di Ricerca e Sviluppo presso uno spin-off dell’Università di Messina. Mi sono divertita molto in quel ruolo e ho guidato progetti interessanti e stimolanti, ma mi mancava il contatto con gli studenti, ho quindi deciso di tornare in Accademia. Questo è stato un altro momento difficile, perché ho avuto l’opportunità di ottenere una posizione negli USA, una terra alla quale non avevo mai guardato perché non stimo molto il tipo di società e gli ideali che rappresenta, ma è anche vero che è la terra delle opportunità e che le cose viste da lontano possono essere molto diverse da come sono realmente, quindi ho voluto provare.  Ora sono qui e le cose stanno ingranando! Molti stereotipi negativi sono stati cancellati e seppure non stimi la presidenza di Trump, le persone che ho incontrato sono meravigliose!

giorgia purcaro.jpg   

– Qual è, secondo te, il valore aggiunto che una donna può dare alla scienza e alla ricerca?

Credo che per sua natura la donna abbia una visione più completa e pragmatica, tenendo conto anche degli effetti collaterali. È meno autocelebrativa e più legata ai fatti, il che può avere un effetto negativo nel breve termine, ma porta al risultato nel lungo.

– C’è mai stato un momento in cui hai pensato “se fossi uomo sarebbe diverso”?

Sì, mi è capitato, la donna ha bisogno di lavorare più duramente per guadagnarsi il rispetto dei pari, ma questo è stato di stimolo!

– Parliamo di famiglia. Raccontami la tua esperienza. Come hai fatto a conciliare scelte familiari e professionali?

Non è sempre facile. Nel mio caso, ma per la maggior parte dei ricercatori in genere, le scelte professionali implicano in primis trasferimenti. Nei primi anni della mia carriera è stato più facile, c’ero solo io, ero l’unica a subire le conseguenze di ogni mia scelta. Poi siamo diventati un noi, e qualsiasi decisione diventa più difficile, devi tenere conto delle esigenze del partner e poi dei figli. Paradossalmente ora mi sento fortunata, in quanto seppure da soli con un figlio negli Stati Uniti, il sistema ti permette di lavorare e prenderti cura della famiglia dandoti i servizi necessari. È chiaro che comunque come mamma, seppure con il supporto incondizionato di mio marito, le responsabilità e il tempo sono significativamente cambiati.

– Ci sono stati dei momenti in cui hai dovuto tirare fuori tutto il coraggio che avevi?

Assolutamente! Tra le cose più pragmatiche, rinunciare alla posizione in Australia. Lasciare il posto a Udine e il mio mentore, verso il quale ho un forte senso di rispetto e stima, per accettare il posto da Direttore di Ricerca e Sviluppo a Messina e non ultimo il trasferimento negli Stati Uniti. Per quanto riguarda gli aspetti più personali, tiro fuori il mio coraggio per non accettare compromessi e per continuare a guardarmi a testa alta allo specchio. Questo è qualcosa di cui vado molto fiera.

– Tu lavori all’estero. C’è qualcosa che rimproveri all’Italia e qualcos’altro invece che ti manca del tuo paese?

I ricercatori in Italia avrebbero bisogno di più stabilità, riconoscimento basato sul merito e non solo sull’anzianità. Detto e ridetto, ma purtroppo sempre attuale: i ricercatori avrebbero bisogno di più finanziamenti in base ai risultati e soprattutto di una semplificazione delle procedure burocratiche. Dell’Italia mi mancano l’elasticità mentale che ogni situazione difficile crea, la creatività e la pragmaticità nella risoluzione dei problemi.

Se potessi fare un regalo o dare un consiglio ad una giovane studentessa di chimica – o di un’altra disciplina scientifica – cosa le regaleresti/diresti?

Le regalerei la biografia di Marie Curie, una donna eccezionale che ha sfidato le leggi della fisica, della chimica e i pregiudizi della società del tempo. 

Se guardassi alla Giorgia di venti anni fa, cosa le diresti? E alla Giorgia del futuro?

Le direi di non smettere di sognare. E lo stesso direi alla Giorgia del futuro. I sogni sono la linfa della vita, ma riuscire a continuare a sognare vuol dire lottare con la realtà che spesso vorrebbe renderci cinici e disillusi.

Caterina Mittiga

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