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Barbara Kenny. Il festival delle scrittrici è un patto narrativo

Qualche tempo fa ho deciso di scrivere su una vecchia agenda i titoli di tutti i romanzi che avrei letto. L’intenzione era quella di scorrere, alla fine di ogni anno, l’elenco delle mie letture e in un certo senso “riviverle” in un’ottica globale, ricordando cosa mi era piaciuto e cosa no e dando anche un valore quantitativo a una delle mie attività preferite. Ma già alla fine del primo anno mi sono accorta di un dato preoccupante: la maggior parte degli autori dei libri che avevo letto erano uomini. Questo fatto si è ripetuto con una costanza quasi scientifica, non avendo io in alcun modo dirottato le mie letture in modo da avere più autrici donne, ma scegliendo come sempre in base a gusti, recensioni, trame e abitudini. Così ho scoperto che la percentuale di donne presenti nella mia libreria dal 2014 al 2017 ha una media del 19,8% (il momento più basso è il 2015, con il 12,5 %; il più alto è il 2016, con il 27%).

Eppure, i libri che ho amato di più nella mia vita sono stati scritti da donne. Così come, se dovessi elencare gli autori che più mi hanno ispirata, sarebbero sicuramente donne. Virginia Woolf, Colette, Zadie Smith, Joan Didion, Emily Bronte, Goliarda Sapienza, Simone de Beauvoir (mettiamo anche Susanna Tamaro e Jane Austen, dai. Tutte siamo passate dall’infanzia e dall’adolescenza). L’elenco potrebbe essere molto lungo.

Cosa succede in libreria? Una domanda simile a questa ha mosso un gruppo di donne molto attive e molto impegnate e le ha fatte diventare protagoniste di inQuiete – Festival di scrittrici, che si è tenuto a Roma – nel quartiere Pigneto – per la prima volta nel 2017 e che tornerà con la seconda edizione dal 5 al 7 ottobre 2018.

Il festival è da loro stesse definito uno spazio per ridisegnare il ruolo delle donne in letteratura.

inQuiete è la nostra risposta a chi pensa ancora che le donne raccontino storie minori, siano protagoniste solo in seconda serata, non trovino spazio nella permanenza.

Alla base di inQuiete ci sono loro: Barbara Leda Kenny, Viola Lo Moro, Francesca Mancini, Barbara Piccolo e Maddalena Vianello. Qui trovate i loro profili. inQuiete nasce in seno a Tuba, libreria delle donne, a Roma.

Per farmi raccontare come è nato il festival e quale contributo vuole portare nella promozione del talento delle donne, raggiungo al telefono Barbara Leda Kenny, una delle fondatrici di Tuba e tra le responsabili della definizione del programma e dell’organizzazione di inQuiete.

“InQuiete è stato il festival giusto al momento giusto” mi racconta Barbara. “Abbiamo messo in pratica un’idea che era già nell’aria. Già da tempo circolavano articoli e post di scrittrici e critiche che sottolineavano come nelle premiazioni e nei festival le donne fossero lasciate ai margini. In tutti i festival, non soltanto in quelli letterari. E’ come se le donne non potessero parlare di argomenti come la finanza, l’economia, la politica o altro.  Ci è sembrato naturale porre l’accento su questa situazione e creare un momento di confronto fra donne”.

Nelle giornate del festival, scrittrici, giornaliste, studiose e critiche si incontrano al Pigneto e discutono della necessità di “restituire un valore universale alla letteratura“, come dice Barbara. “Il festival non cerca di dimostrare che le donne scrittrici hanno delle qualità in più rispetto agli uomini né rivendica un canone letterario femminile o una qualsiasi specialità. Tutte le donne che scrivono lo fanno in modi diversissimi, c’è una tale quantità di stili diversi, di approcci alla narrativa e di tematiche… Né tantomeno il pubblico del festival è un pubblico di sole donne. Il pubblico siamo tutti noi. Quello che inQuiete può sottolineare è certamente la presenza di un punto di vista femminile nella narrazione”.

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Nella presentazione del festival sul sito si legge di un patto narrativo. Chiedo a Barbara di spiegarmi cosa si intende. “Oggi sono soprattutto le donne a leggere. Ma vengono letti molti più autori uomini. Patto narrativo significa ristabilire la relazione tra chi legge e chi scrive, riequilibrare la situazione. Creare una sorta di ponte tra i lettori e le scrittrici”.

Proprio inQuiete segnalava qualche settimana fa che  tra ‘800 e ‘900 la percentuale di donne scrittrici si è dimezzata. “E’ un fatto di industria, se così possiamo dire. Finché la letteratura è stata considerata un vezzo e non un’attività lavorativa, le donne scrivevano molto. Quando scrivere è diventato una professione, le donne sono automaticamente finite ai margini. Le donne oggi stanno nella letteratura così come stanno in un consiglio d’amministrazione di un’azienda. Ed è difficile rintracciare un’unica responsabilità in questo: ci sono tante cause che hanno creato le basi per una situazione in cui, ad esempio, la critica letteraria è solo maschile, i cataloghi delle case editrici presentano testi di autori, etc. L’intera catena editoriale è coinvolta”.

Barbara e le sue colleghe stanno già lavorando alla seconda edizione di inQuiete. “Al suo debutto, il festival ci ha superate. Non ci aspettavamo quello che è successo, non ci aspettavamo che molte autrici rispondessero sì al nostro invito e che diverse case editrici ci proponessero alcune ospiti. I numeri sono stati più alti di ogni aspettativa. Per la prima giornata avevamo pensato di affittare 70 sedie: ci sembrava numero equo, se non fosse venuta abbastanza gente non avremmo sofferto troppo del vuoto tra il pubblico. Ma dopo la prima mezz’ora di festival quelle 70 sedie erano tutte occupate. Allora abbiamo chiesto alla biblioteca Mameli di prestarci delle sedie. Anche quelle prese in un paio di minuti. A quel punto il bar che stava di fronte ci ha dato le sue panche. E i ragazzi dell’Angelo Mai ci hanno dato delle sedie pieghevoli. Alla fine avevamo un pubblico di più di 200 persone. In tutto il festival ne abbiamo accolte più o meno 5000. E’ stato straordinario”.

Chiedo a Barbara di spiegarmi cosa, secondo lei, ha funzionato. “La proposta di inQuiete è molto bella, il format è innovativo, il programma interessante, anche nei suoi momenti più impegnativi. Pensa che alla tavola rotonda sui 200 anni di Frankenstein di Mary Shelley, alla presenza di figure accademiche e critiche, c’era una partecipazione incredibile. Abbiamo avuto inoltre l’adesione di donne meravigliose, che hanno sposato il progetto. E poi sicuramente ha contribuito il fatto che fosse un evento gratuito, in piazza, in un luogo periferico rispetto alle grandi centralità di Roma. Abbiamo avuto una programmazione parallela per i bambini e questo è stato di grande aiuto. Insomma, gratuità, periferia e accessibilità sono i fattori da cui è dipeso il successo della prima edizione di inQuiete”.

E per la seconda cosa c’è in programma? “Stiamo lavorando sulla sostenibilità del festival, mantenendo una curatela collettiva – e non è facile – e lasciando che questo evento rimanga uno spazio della comunità delle scrittrici. Per questo abbiamo invitato alcune donne geograficamente ed emotivamente vicine al festival a prendere un aperitivo e a raccontarci cosa vorrebbero nella prossima edizione. Abbiamo messo in piedi una piccola rete di ascolto per ricevere proposte, perché inQuiete non sia solo espressione del nostro desiderio e delle nostre idee”.

Nel 2017 inQuiete si è retto su una fitta attività di crowdfounding: mentre Barbara e le altre speravano di riuscire almeno a coprire le spese tecniche, le donazioni hanno superato il previsto, consentendo all’organizzazione di ospitare più autrici. Una chiamata per volontarie ha avuto più di 50 risposte. Tutto questo ha creato un clima di attesa inedito per un festival alla sua prima uscita. “Sentirsi parte di un progetto” racconta Barbara “ha contribuito al suo successo”.

In quiete e inquiete: il nome scelto per il festival ha un doppio valore simbolico, un concetto e il suo esatto contrario. “L’inquietudine muove la tua ricerca” mi spiega Barbara.

Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?

E’ Virginia Woolf che ci parla dalle pagine del saggio Una stanza tutta per sé, forse la più citata delle sue opere. Sono passati quasi 90 anni dalla pubblicazione, ma può ancora essere d’ispirazione. Soprattutto nel finale:

Se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se usciamo un po’ dal salotto comune e vediamo gli esseri umani in relazione con la realtà; se guardiamo in faccia il fatto, perché è un fatto, che non c’è alcun braccio a cui appoggiarci, ma che camminiamo da sole e che dobbiamo essere in relazione col mondo della realtà e non solo col mondo degli uomini e delle donne, allora l’opportunità si presenterà, e quella poetessa morta che era la sorella di Shakespeare rivestirà il corpo di cui tante volte si è spogliata. […] Io sostengo che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, pur nella miseria e nell’oscurità, vale la pena.

Caterina Mittiga

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