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Roberta Lo Bianco. A fianco dei giovani migranti

Abdoul, Mamadou e Peter sono giovanissimi. In un Paese straniero che fa di tutto per essere ancora più straniero, devono decidere che fare della loro nuova vita. Appena messo piede in Italia, si spalanca davanti ai loro occhi l’immensità della mancanza di punti di riferimento. Ma sono fortunati. Rispetto ad altri loro coetanei e compagni di viaggio, sono fortunati. Accanto a loro arriva Roberta, che li prende per mano e li accompagna.

Roberta Lo Bianco da quasi un anno è tutore volontario per minori stranieri non accompagnati per il Comune di Palermo. È una figura che non conoscevo, ne ho letto per caso su una rivista. Ho scoperto un mondo, oltre i cancelli dei centri accoglienza. Sulle cui attività rimane comunque un grande mistero. Io vivo in quella che secondo il Ministero degli Interni è la città italiana più interessata (nei primi mesi del 2018, ma non solo) dagli sbarchi dei migranti. Del fenomeno – che non è più un fenomeno – non so nulla. Sarei rimasta a parlare con Roberta per ore.

porti interessati dagli sbarchi MESSINA
Grafico estratto da un report del Ministero dell’Interno relativo al numero dei migranti sbarcati nei primi mesi del 2018 in Italia

Raccontami come sei arrivata a ricoprire il ruolo di tutore volontario.

Quella di Palermo è stata una delle prime esperienze in Italia. Nel febbraio 2017 il Comune ha emanato un bando rivolto alla società civile. Già da tempo seguivo informalmente ragazzini stranieri sbarcati in Italia, inoltre lavoro in una organizzazione che si occupa di progetti di inclusione sociale e collaboro con tante altre sul territorio, in un lavoro di rete significativo. Ho pensato “proviamo”, volevo capire come funzionasse. Ho sostenuto una serie di colloqui motivazionali e a maggio sono stata convocata dal Garante dell’Infanzia per seguire un percorso di formazione. Ci siamo presentati in 70, circa. Di questi, alcuni non hanno completato il percorso, mentre altri se ne sono aggiunti in corso d’opera. Finalmente a giugno è arrivato il via: il Tribunale di Palermo mi ha aperto una tutela, affidandomi il primo ragazzo da seguire.

Com’è stato il primo impatto?

Difficile. Era una situazione di emergenza, il ragazzo non stava bene e ho dovuto prendere fin da subito decisioni molto importanti. Contemporaneamente mi hanno aperto una seconda tutela: per sbaglio, perché la legge Zampa prevedeva un tutore per un minore. Ma ho accettato anche questa. Il primo ragazzo l’ho seguito nella procedura per l’affidamento, anche oltre la fine della tutela, che deve concludersi al compimento del diciottesimo anno di età. Nel frattempo è arrivato un terzo ragazzo, di soli 15 anni. Tre ragazzi, tre esperienze diverse.

Quali sono i compiti del tutore volontario?

Il tutore agisce su due fronti, quello della tutela amministrativa e quello della tutela umana. Da una parte accompagna i ragazzi all’Ufficio Immigrati, presenta per loro la domanda di Protezione Internazionale o la richiesta di permesso per minore età, cerca di risolvere problemi di natura burocratica; dall’altra deve provare a instaurare un rapporto di fiducia con loro, orientarli nelle scelte scolastiche perché tutti i ragazzi hanno l’obbligo della licenza media. È vitale sintonizzarsi sui loro bisogni e sui loro tempi e comprenderne con molta delicatezza le esigenze. Gestire le loro ferite può essere molto difficoltoso. La tutela finisce a 18 anni, ma la relazione continua.

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Come hai costruito la relazione con i tuoi ragazzi?

Partendo da un presupposto: il tutore non deve necessariamente conoscere la storia di ognuno di loro. Li ho lasciati liberi di raccontarmi – o di non farlo – quello che volevano della loro esperienza. Abdoul, Mamadou e Peter sono molto diversi tra loro: chi è più chiuso, chi più estroverso… Con uno di loro, ad esempio, ho dovuto fare un lavoro sulla pazienza per affrontare bene il momento cruciale dell’affido.

In questo primo anno di tutele, sono venute fuori criticità nel sistema da affrontare per migliorarlo?

Sì. Le tutele, per dirne una, sono casuali. Non ci sono criteri che stabiliscano l’abbinamento tra un minore e un tutore. Questo lavoro dovrebbe essere fatto a partire da un fattore linguistico, perché la relazione passa dalla lingua. E invece può capitare che un ragazzo parli una lingua diversa da quella conosciuta dal suo tutore. Un altro problema è di carattere numerico: è recente l’autorizzazione da parte del Garante a seguire più di un minore, ma io posso dire che seguirne uno è già molto impegnativo. Ecco, dovrebbe essere sensibilizzata la cittadinanza affinché cresca il numero di volontari. Altrimenti il tutore rischia di diventare un tappabuchi delle mancanze istituzionali.

L’ultima campagna elettorale si è basata molto sul tema delle migrazioni. Qual è la situazione reale e come funziona nella Palermo multietnica il sistema di accoglienza?

Il nostro sindaco, Leoluca Orlando, elogia e promuove pratiche di accoglienza e i cittadini mostrano quotidianamente un atteggiamento di grande apertura, nonostante il lavoro distruttivo dei media. In teoria, l’accoglienza è un valore. Ma nella pratica, il sistema non funziona. Le comunità hanno gravi disfunzioni: i contributi, in termini di stipendi per i lavoratori e di pocket money per i migranti, arrivano sempre troppo tardi e c’è poca trasparenza nella gestione dei centri. Chi è preparato a fronteggiare il fenomeno, va via perché non è pagato e così questi ragazzi ricevono un livello di assistenza minimo. Questo genera insoddisfazione e senso di fallimento in tutti quanti. Se il pagamento fosse regolare, le comunità avrebbero un monitoraggio costante che consentirebbe di risolvere i problemi e di continuare la loro attività, invece di dover chiudere alla prima ispezione. D’altra parte, i migranti vedono interrotto ogni processo di apprendimento o di inserimento, sono sradicati perché trasferiti continuamente da una struttura all’altra, non possono programmare nulla e l’integrazione è sempre più lontana. Dovrebbe essere fatta un’azione di scardinamento e ricostruzione dell’intero sistema.

Eppure, tante iniziative di inclusione sociale nascono sul territorio.

A Palermo il terzo settore è molto impegnato in progetti a sostegno dei giovani migranti. Il progetto Harraga, per esempio, coinvolge oltre 400 ragazzi in percorsi formativi e laboratoriali, in tirocini e borse lavoro, offrendo un’abitazione ai diciottenni che non possono più vivere in comunità e che ancora non possono mantenersi da soli. È stata proposta anche una cartella sociale informatizzata per ognuno di loro. Da poco è nata una clinica legale per migranti, perché ci sono situazioni altamente drammatiche che vanno studiate da esperti e risolte. Insomma, una rete di attori sociali sta reagendo alle criticità, sostituendosi talvolta alle comunità, che invece perdono sempre più la loro efficacia.

Il tuo è un osservatorio privilegiato. Credi che questi ragazzi una volta arrivati in Italia abbiano speranza nel futuro?

Ciascuno di loro ha un atteggiamento diverso rispetto agli altri nei confronti della vita. Chi per indole è più intraprendente, ha una marcia in più, indipendentemente dal suo background. Molti si costituiscono in associazioni, mostrano i segni di una cittadinanza attiva, fanno advocacy sostenendosi a vicenda. Altri, invece, non hanno ancora chiaro cosa vogliono per il loro futuro. È qui che bisogna stare attenti al richiamo dei circuiti criminali.

Tu sei socia di MoltiVolti, un ristorante a Ballarò “di cucina siculo-etnica e popolare e un co-working dedicato al terzo settore, dove il profit supporta il no profit ma dal quale trae energia e significati. Dell’integrazione all’interazione, la cucina come metafora per una nuova ricetta di convivenza e sviluppo sostenibile”, come si legge nella vostra presentazione.

Moltivolti si è mostrato disponibile fin da subito ad accogliere giovani migranti in “borsa lavoro”, molti di loro sono rimasti con noi dando così vita a uno staff internazionale, mentre la compagine sociale già lo è. Abbiamo guardato alle competenze di ognuno di loro, alla loro voglia di imparare. I datori di lavoro dovrebbero accogliere questi ragazzi, superando pregiudizi e diffidenza. I fondi per le borse lavoro ci sono, manca la voglia di aprirsi al nuovo. Il ristorante è la prova tangibile che l’integrazione è possibile e passa attraverso il lavoro.

Caterina Mittiga

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