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Intervista ad Andrea Marcolongo. Quando il mito è la sintassi del nostro sentire.

Andrea Marcolongo è una ragazza gentile che mi parla dal tavolino di un caffè di Venezia, il giorno prima di partire per la Buchmesse, Fiera del Libro di Francoforte. E’ un’immagine molto romantica, soprattutto quando mi dice “sono qui a scrivere da ore”.

I due libri che ha dato alle stampe nel 2016 e nel 2018 mi hanno fatto fare pace con il ricordo non sempre felice dei miei anni di liceo classico, quando la vita mi sembrava ingiusta e crudele per la sola esistenza nei miei pomeriggi dei paradigmi di latino e greco.

Avete letto, o quantomeno sentito parlare de – La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco (Laterza). E non parlo solo con chi ha consumato un Rocci in cinque anni di studio più o meno matto e disperatissimo. La lingua geniale è un volume che a partire dal gusto dell’etimologia, passione affatto segreta dell’autrice, e da sintetici cenni alla grammatica, racconta a noi contemporanei un’attitudine alla vita propria dei greci antichi e di un senso del mondo ricco di sentimento e correlazioni intense tra le cose.

Subito dopo, arriva La misura eroica, Mondadori. Qui Andrea recupera per noi che lo abbiamo dimenticato il mito degli Argonauti e “il coraggio che spinge gli uomini ad amare”. E’ uno dei libri che ho più sottolineato, segnato, evidenziato, da quando ho imparato a leggere.

Gli Argonauti sono guidati da Giasone. Ma è Medea che indica la strada. E’ l’amore femminile “in tutte le sue sfumature – dalla gelosia alla saggezza, dall’equilibrio all’eros, dalla ferocia all’indipendenza” che rende umani gli eroi.

“I libri li riscopro attraverso i miei lettori, grazie alle domande che mi fanno. Pubblicare significa avere un pubblico: davanti al pubblico racconto il mio libro una seconda volta”. Quando la raggiungo al telefono, Andrea è nel pieno di un tour nei teatri italiani (Roma, Padova, Palermo, Venezia) ma ha alle spalle anche una lunga serie di incontri con i ragazzi delle scuole superiori, mentre continua a presentare all’estero “La lingua geniale”, tradotto e pubblicato in 27 paesi.

Entrambi i suoi libri sono la celebrazione della riscoperta del sentimento attraverso la parola. “Tutti mi chiedono perché perdiamo le parole per dire le cose. Ma le parole non le perdiamo affatto, abbiamo paura di dirle, semmai. Abbiamo paura di usare i termini precisi per esprimere molte cose, come il dolore o l’amore. Con i miei due libri ho cercato di restituire le parole a chi non le aveva più, perché anche io per molto tempo pensavo di averle perdute”.

Ne La misura eroica Andrea racconta molto di sé, della sua vita, delle sue perdite e conquiste. “La parola rende reali le cose, i nomi stanno addosso alla realtà. Ma succede anche il contrario: se una cosa non viene detta, non esiste”.

Allora le chiedo se in questo si sente una rivoluzionaria. “Sì, per amore. Non solo del greco, ma delle passioni. La vera rivoluzione non è la riscoperta del greco antico. La lingua geniale ha venduto oltre mezzo milione di copie, ma pochissimi di quelli che lo hanno comprato avevano studiato il greco a scuola. La rivoluzione sta nel rivendicare la propria passione per quello che globalmente viene considerato inutile, improduttivo. Sono tempi cinici, tutti ci dicono cosa fare della nostra vita, ma dovremmo imparare ad essere un po’ più umani e capire realmente cosa ci serve per andare avanti”.

La misura eroica, mi racconta, è un appello alla contemporaneità. “Basta con l’eterna promessa e con il rimpianto del passato. Assumiamoci le nostre responsabilità. Il livello individuale e collettivo delle nostre ambizioni si abbassa sempre di più. Ci dicono che non possiamo sognare, ma noi siamo al mondo per sognare cose grandi.

A proposito di antichi greci e di contemporaneità, le chiedo cosa pensa dell’ospitalità che per i greci era un valore morale, un impegno etico e religioso. “Un greco antico si vergognerebbe di noi. Io il senso autentico della parola “pontos”, cioè mare, l’ho imparato sulla terrazza della mia amica Anna (Mallamo, ti prego di citarla), proprio a Messina: il mare come un ponte, non come un cimitero“.

Il valore del mito per Andrea non sta nella sua capacità di insegnamento. “Il mito è un archetipo di tutto quello che può accadere agli esseri umani e delle emozioni che proviamo nel corso della vita. E’ la sintassi del nostro sentire, in tutte le epoche storiche. Non ci insegna nulla, piuttosto svela, toglie la maschera.

Andrea viaggia molto all’estero e vive a Sarajevo, un luogo in cui ancora si respira l’aria pesante lasciata dalla guerra e dall’assedio da parte delle forze serbo-bosniache avvenuto tra il ’92 e il ’95. Adora essere italiana, anche se dal suo paese di origine si aspettava un po’ di fierezza in più nel leggere di Giasone e degli Argonauti, “dato che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui ancora si studia il greco antico a scuola. Io ho riscoperto la bellezza della lingua cosiddetta morta attraverso gli occhi cristallini di chi non l’ha mai studiata, a dimostrazione del fatto che non servono 10 anni sui libri per comprendere temi universali come l’amore, il coraggio, la ricerca della libertà, il dolore“.

Le chiedo se una Medea, oggi, dovrebbe difendersi e da cosa. “Medea è l’archetipo della donna tridimensionale. E’ una figura letteraria che i greci hanno importato, è una barbara: mentre le donne della letteratura greca erano o buone o cattive, lei è tutto insieme. Come ogni donna. E come tale deve difendersi dal pregiudizio. Per essere presa sul serio deve darsi da fare il quadruplo di un uomo. Esattamente come le donne reali. Ti sembra normale che io ancora venga definita ‘la giovane scrittrice’? Ho 32 anni. Un mio coetaneo non viene definito ‘un giovane scrittore’, ne sono certa. Come sono certa che durante il fenomeno del #metoo Medea avrebbe annientato tutti gli ipocriti“.

Nel chiudere la nostra conversazione – su Venezia cala la sera – Andrea mi dice di amare parlare dei suoi libri e condividere con il pubblico le emozioni che ha provato scrivendoli. Le chiedo come sta. Mi risponde “felice“. Una parola da non perdere mai.

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