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Violetta Bellocchio. Questo romanzo non è roba da ragazze

Qualche tempo fa, un ragazzo che nella mia città è considerato un punto di riferimento culturale – un ragazzo impegnato, colto, aperto – mi ha detto di non riuscire a leggere i libri scritti da donne. Li trova troppo pieni di aggettivi, tra le altre cose. «Senza conoscere l’autore, leggendo il primo rigo di un romanzo io capisco subito se è stato scritto da una femmina o da un maschio» mi ha detto.

Il caso vuole che in quei giorni io avessi appena finito di leggere La festa nera, di Violetta Bellocchio, pubblicato da Chiarelettere. Andiamo a prendere il primo rigo.

Le immagini hanno tutto il potere. Niente voce fuori campo all’inizio.

Io non credo che questo rigo sia indicativo – se ha poi un senso questa ricerca – della paternità o della maternità del testo. Di sicuro l’istruzione, la razionalità, la conoscenza, l’enorme quantità di letture dotte e accademiche non ci salveranno mai dal pregiudizio. Amen.

Violetta Bellocchio parla un sacco. Una telefonata di quasi due ore, e non siamo neanche amiche. Oltre a La festa nera, ha scritto altre tre romanzi, curato antologie e traduzioni, scrive per riviste come Wired, Vanity Fair, Esquire, Internazionale e Rolling Stone e nel 2013 ha fondato il progetto online Abbiamo le prove. Le ho chiesto un’intervista perché il suo ultimo romanzo è un pugno allo stomaco e volevo capire come una donna sia arrivata a tanto con il solo strumento della scrittura.

Premessa: La festa nera è ambientato in un futuro che possiamo definire post-apocalittico in cui tre documentaristi caduti in social-disgrazia riprendono in mano la telecamera e vanno a indagare nel cuore di cinque assurde e violente sette. In Italia.

Sottolineo in Italia, dove l’ultima volta che un’opera di fiction si è allontanata dai tre o quattro tradizionali canoni di narrazione è stata con il film Lo chiamavano Jeeg Robot.

Le chiedo subito se questo sia un buon momento per le scrittrici. «No. In Italia, ma anche altrove, è un pessimo momento per le scrittrici, da almeno 30 anni. Nessuno ha il minimo rispetto per te femmina nel mondo dell’editoria. Moltissimi editor non ricordano nemmeno i nomi delle autrici che curano e se prestano un po’ di attenzione alla cosa è solo per non essere accusati di misoginia. E’ difficile per una scrittrice mantenere la sua identità e le giovani non arrivano abbastanza preparate a questo. Ma il trattamento peggiore lo riservano proprio le scrittrici già affermate, quelle che dovrebbero difendere le altre ma che in realtà preferiscono mantenere lo scettro dell’unicità in un campo quasi esclusivamente maschile.»

Mette subito le cose in chiaro, Violetta. Le chiedo come reagisce lei a tutto questo.

«Io non faccio cose da ragazze. Non scrivo romanzi rosa, non scrivo articoli indignati sul tema delle molestie o su altri argomenti da femminista. Mi occupo solo e soltanto di quello che conosco bene, scrivo solo se ho studiato e sono ferrata sul tema. I giornali e le riviste online ti chiedono continuamente di occuparti di temi femminili e per un po’ ci sono cascata anch’io. Oggi non più.»

Le dico che ho trovato il suo ultimo romanzo disturbante: le chiedo se gliel’hanno detto anche altri lettori e, nel caso, come si è sentita di fronte a questo commento.

«Lo dovevo fare disturbante. Quindi ero felice di sentirmelo dire, perché era lì che dovevo arrivare. Quando il mio editor, Michele Vaccari, un professionista spiccio ed efficace, mi ha chiesto di immaginarmi di raccontare il futuro per la nuova collana della casa editrice, il mio cervello si è messo subito in movimento. Da tempo pensavo di occuparmi del mondo degli autori di reportage, mi piace la dimensione narrativa di persone che vanno all’avanscoperta sul territorio. Oggi tutti possono manipolare la realtà, ma ne escono meglio quelli che riescono a personalizzare di più il loro racconto. Chi si presenta come neutrale ha perso. Quanto al futuro, vedevo una certa frantumazione sociale, vedevo concreta l’ipotesi di chiudersi in bolle geografiche, come le sette che ho descritto nel romanzo.»

Nell’ultima parte del romanzo leggiamo che “tutti hanno un punto debole e che la sottile bellezza del nostro lavoro sta nell’andare a picchiarci contro, un giorno dopo l’altro, una persona dopo l’altra.” Le chiedo cosa significa.

«Significa questo: io ho notato qui e ora una tendenza estrema delle persone a intrufolarsi nella nostra vita, quasi come se avessero beccato l’algoritmo. Queste persone ci danno quello che credono che noi vogliamo, anche se in realtà non lo vogliamo. Ecco il punto debole. Io stessa ho subito breach di fiducia tremendi. Non è sempre facile definire un confine tra le lusinghe e la nostra fragilità. Per quanto mi riguarda, solo da poco ho stabilito un buon equilibrio tra non fidarmi di nessuno e gettarmi nelle braccia di tutti.»

Da questo momento in poi la nostra conversazione si allunga sul tema dell’equilibrio. Cercare un equilibrio, sempre, per sopravvivere in qualunque contesto sociale. Un artista, per esempio, deve trovare un equilibrio tra serenità psichica e cannibalismo intellettuale, tra difesa del proprio raggio e apertura a nuovi incontri, nuove possibilità. A un’artista donna a volte può capitare di dover trovare un equilibrio anche all’interno del suo armadio, e scegliere con attenzione un vestito che possa piacere in ugual misura alle donne e agli uomini, senza solleticare quel famoso pregiudizio. Che fatica, lasciatemelo dire.

Chiedo a Violetta se è felice della sua scrittura e mi risponde di sì, ma c’è ancora da lavorarci. Di sicuro con la sua scrittura qualunque tentativo di addomesticamento per essere più commerciale non funziona. Vaccari, il suo editor, l’ha lasciata libera di trovare le soluzioni narrative quando il ritmo calava. «Lui è bravissimo» mi dice «ma lo è anche perché da giovane, alla sua prima esperienza, è stato messo davanti a un libro molto importante; quante giovani editor donne hanno mai avuto l’occasione di di misurarsi con un lavoro che non fosse di quinta categoria?».

Per La festa nera Violetta dice di avere un debito di riconoscenza. «Mi ha fatta tornare nel mondo e mi ha fatto scoprire cosa so veramente fare. Io so mettere in relazione cose diverse. Nel tempo, inoltre, ho scoperto di essere diventata un’insegnante migliore.»

Allora le chiedo cosa insegnerebbe alla se stessa di dieci anni fa. «In effetti mi sarebbe piaciuto avere un mentore. Quelli della nostra generazione non lo hanno avuto e non ce l’hanno neanche i giovani, oggi. Allora alla Violetta di dieci anni fa e alla giovane scrittrice di oggi dico: hai capito che non riceverai mai un cenno del capo che ti dica “tu puoi”, ma va’ comunque avanti e sbattici la testa contro. Siamo ancora costrette ad accettare compromessi? Siamo ancora le pupille di qualcuno? Purtroppo sì. Ecco perché abbiamo paura e abbiamo pochissima iniziativa. Non aspettiamo l’approvazione maschile, perché non arriverà mai.»

 

 

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