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Einat Weizman. Un’attrice israeliana per la causa palestinese

Mi chiamo Einat Weizman e sono un’attrice

Mi chiamo Einat Weizman e sono un’attrice israeliana. Sono nata a Haifa in una famiglia sionista, anche se politicamente schierata a sinistra. Ho speso gli anni della mia formazione in una scuola con annessa un’accademia militare dell’IDF. Terminato il periodo di leva, che in Israele è obbligatorio per ogni cittadino (due anni per le ragazze, tre anni per i ragazzi, ndr), ho conseguito una prima laurea in Cultural Studies e poi la seconda in Political Communication. Eppure, ho sempre sognato di diventare un giorno un’attrice. Per questo motivo durante il periodo di leva e l’università ho seguito alcuni corsi di recitazione e, mentre ancora studiavo, ho iniziato a lavorare come attrice televisiva e ho girato alcuni film. In poco tempo sono diventata abbastanza famosa in Israele, riuscendo ad affermarmi sia in televisione che al cinema.

In quegli stessi anni ho abbracciato la causa palestinese. Era la fine dei miei vent’anni quando ho scelto di diventare un’attivista. E non ero sola: accanto a me avevo mio fratello, mia sorella, mia madre. Mio padre non ci ha mai direttamente contrastati, anche se continua a dire che ai suoi occhi siamo degli estremisti. Per lui il tono dei miei lavori teatrali è esagerato, ma so che in fondo è fiero di me.

Free Palestine

La svolta è stata nel 2014, l’anno dell’attacco di Israele a Gaza, chiamato Operazione Margine Protettivo. Durante l’estate, mente l’esercito israeliano attaccava la Striscia di Gaza causando più di 1400 morti, qualcuno ha trovato sul mio profilo Facebook una foto in cui indossavo una maglietta con lo slogan Free Palestine. Da quel momento si è scatenato contro di me un vero e proprio linciaggio mediatico: ho ricevuto insulti, minacce, e la mia vita è cambiata drasticamente. Se prima rilasciavo autografi per strada, da quel momento ho dovuto cambiare le mie abitudini sociali per paura di fare incontri pericolosi. Inoltre ho scoperto che le forze dell’ordine, pur essendo io una cittadina israeliana, non prestano attenzione alle minacce che ricevo in continuazione, ma anzi tendono a sminuirne la pericolosità, tanto da decidere di non attuare alcun protocollo speciale per salvaguardarmi da tutti questi attacchi. Solo alcuni amici molto intimi mi sono rimasti vicini, mentre io mi preoccupo ogni giorno di più per le persone a me care, perché essere mio parente o amico diventa pericoloso. E’ difficile passare dall’amore dei fan al terrore verso ogni persona che mi si avvicina per strada. Mi è ormai chiaro di vivere dentro un incubo.

Pagare per le proprie idee

Ma in qualche modo dovevo reagire, dovevo riprendere in mano la mia vita, magari portando tutto ciò che mi era successo sul palco: è stato così che sono diventata un’attivista di teatro. Nel 2014, dalle rovine della guerra di Gaza e della mia carriera, io sono rinata come una donna nuova.

Nel 2015 scrivo Shame, un testo ispirato alla mia storia. Se un attore palestinese è condannato a pagare prima di tutto per la sua identità politica e poi per il suo impegno, io accetto di dover pagare per le mie idee. Ho avuto ragione. Lo spettacolo ha avuto un immediato successo internazionale, tanto da essere invitato a molti festival: Oslo, Avignone, Spagna e, nel 2019, anche a Washington, grazie a un consistente finanziamento statunitense e per mezzo di un’attrice americana che recita la mia parte. Per la prima volta la mia storia non la racconto io, e questo la rende autonoma da me.

Una volta uscita da Israele, ho riscontrato un forte coinvolgimento e un’appassionata partecipazione alla questione palestinese da parte di tanti europei e americani. Mi sono resa conto di quanto nel mio paese la comunicazione mediatica sia quasi sempre orientata a sostegno della politica di governo. Ho scoperto, per esempio, che spesso vengono usate immagini di palestinesi sotto attacco, con scene strazianti di genitori che proteggono i figli dalle armi israeliane, come se si trattasse di cittadini israeliani in pericolo per colpa di Hamas o di altri altri combattenti palestinesi.

Nakba. L’inizio di tutte le disgrazie. Ci sono lutti “legali” e lutti “illegali”

Nel 2016 ho scritto il mio secondo spettacolo, Palestine Year 0. Il mio obiettivo principale era quello di dare parola alle persone cui è vietato in Israele questo diritto, agli unspoken people. Era la mia reazione a una legge israeliana del 2011, il Nakba Law, con cui si vieta l’erogazione di fondi pubblici a quelle istituzioni e associazioni che commemorano in termini negativi il 14 maggio, giorno in cui nel lontano 1948 nacque lo Stato di Israele, ma anche giorno che il popolo palestinese ha ribattezzato come Nakba, la grande catastrofe, giorno di lutto per tutti i palestinesi. Come ben ricostruisce lo storico israeliano Ian Pappé, da quella data migliaia di palestinesi sono stati cacciati dalla loro terre, a seguito di una vera e propria pulizia etnica. È da quel tempo che molti palestinesi si sono trasferiti nei campi profughi dei paesi confinanti con Israele, ed è da allora che la Nakba viene da loro ricordata come l’inizio di tutte le loro disgrazie. La legge del 2011 non si limita a ignorare il dramma palestinese, ma lo confina oltre i margini della legalità, sancendo che alcuni lutti, come la Shoah per gli ebrei, vanno riconosciuti e commemorati, mentre altri sono addirittura illegali.

La mia posizione su questo tema è ovviamente di aperto schieramento per la causa palestinese, oltre che per la fondamentale libertà di pensiero e parola. Considero infatti questa legge un chiaro segnale politico inteso a codificare un unico uso legittimo della memoria, poiché il governo ha inteso la pericolosa funzione della Nakba come uno dei cardini dell’identità palestinese.

Per la mia pièce avevo deciso di raccontare sotto forma di documentario le storie tacitate dalla legge. Il pubblico si trovava davanti a un edificio demolito, simbolo di quella distruzione della casa e della memoria palestinese che Israele ha iniziato con la Nakba, che sta ancora oggi portando avanti.

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Due settimane prima dell’inizio della rappresentazione, la ministra della Cultura Miri Regev ha cercato di bloccarla, sostenendo che avrebbe potuto minacciare lo spirito patriottico israeliano, offendendo i suoi simboli. Tutta la storia di Israele, a suo dire, ne sarebbe uscita fortemente sminuita, se non demolita. Un tentativo fallito, perché solo il Ministero delle Finanze ha il potere di cancellare lo spettacolo. Inoltre, da un’analisi approfondita del testo, i censori non sono stati in grado di individuare materiali offensivi e quindi elementi sufficienti a giustificare l’accusa della ministra. Ecco come arrivava la mia protezione.

Ma è durata solo fino al 2017, quando è arrivato l’ordine di cancellarlo dalla programmazione. Ancora oggi non è possibile vedere questo spettacolo in alcun teatro israeliano. Nel resto del mondo, però, ha viaggiato molto, riscuotendo successi dal Giappone all’India, rappresentato sempre in arabo con i sottotitoli.

Con le mani sporche

Nel 2018 è uscito il mio terzo lavoro, Prisoners of occupation, costruito di nuovo su un contenuto fortemente politico. L’obiettivo ancora una volta era quello di dare voce agli unspoken, in questo caso gli attivisti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, dove sono costretti a vivere per molti anni in condizioni durissime. Questo testo è stato accolto nel programma di un festival di teatro, ma poco prima della rappresentazione è stato cancellato per un ordine politico. A giustificazione del divieto, il Ministero della Cultura ha lanciato una campagna mediatica contro di me, sostenendo che io stessi cercando di glorificare alcuni terroristi con le mani ancora sporche del sangue di vittime israeliane.

Si è trattato della prima e ultima volta che in Israele è accaduto qualcosa di simile, un gesto così pesantemente censorio. Ma, per la seconda volta in vita mia, un evento negativo si è trasformato in poco tempo in un momento di riscatto per me e non solo: molti miei colleghi, infatti, hanno deciso di protestare contro la decisione del Ministero. La loro non è stata una battaglia per la causa palestinese, come la mia, ma per la difesa del diritto di parola e opinione. Così, tutti gli altri partecipanti al festival hanno cancellato la loro adesione, tanto che il festival stesso è collassato. Nonostante ciò, la ministra ha continuato la sua lotta, recandosi alla Knesset, il parlamento israeliano, per sostenere ancora una volta che il mio testo non era altro che un’apologia del terrorismo. E’ ricominciato per me e la mia famiglia il pericolo delle minacce: per la prima volta ho pensato di lasciare il mio Paese, rischiava di non essere più un luogo sicuro in cui vivere.

Centotredici case da ricostruire

Sono rimasta un anno senza lavorare, prima di scrivere House 113, un testo che denuncia la distruzione di un villaggio beduino da parte dell’esercito israeliano perpetrata per ben 112 volte. Sulla scena non ci sono io, ma l’attore Asis a-Turi: mentre alle sue spalle alcuni operatori montano delle travi di legno per costruire una grande tenda, il protagonista racconta in arabo la storia di questo luogo, sconosciuta a molti israeliani. Al termine dello spettacolo, a simboleggiare la distruzione della centotredicesima casa appena montana, vengono proiettate immagini di bulldozer in azione. Asis racconta che una legge ad hoc vieta ai beduini adulti di ricostruire le abitazioni demolite. Questo lavoro tocca allora ai bambini e agli adolescenti, chiamati a dare nuova forma a ciò che Israele si rifiuta di vedere: che sul suo suolo esistono popoli e culture diverse, elementi di disturbo per quella etnocrazia in cui rischia di trasformarsi il mio paese.

La doppia lotta delle donne palestinesi

Nel 2017, però, c’è stato uno degli incontri più importanti della mia vita, quello con la poetessa e attivista Dareen Tatour. Era stata da poco rilasciata dal carcere, dove era stata spedita per cinque mesi a causa di una poesia in cui invitava i palestinesi a resistere. Abbiamo cominciato a incontrarci una volta a settimana, a casa sua perché era agli arresti domiciliari. Conoscerla mi ha cambiato la vita per sempre: penso che mi abbia regalato una forza straordinaria. Mi ha fatto capire che le donne palestinesi portano avanti una doppia lotta: da un lato contro l’occupante israeliano, dall’altra anche contro il dominio maschile, ancora molto diffuso nella sua società.

Durante lo spettacolo I, Dareen T., io parlo in ebraico come se si trattasse davvero della mia storia. In questo modo intensifico l’immedesimazione con lei, così da percepirne la sofferenza che, da sua, diventa mia. Se il sistema giudiziario israeliano le ha impedito di parlare chiudendola in carcere, io le offro la possibilità di usare la mia voce come una cassa di risonanza.

L’attacco del Ministero della Cultura non si è fatto attendere: un esercito di avvocati ha passato al setaccio ogni singola parola, pretendendo di censurare intere frasi. Non mi restava altro che piegare il capo: se volevo che lo spettacolo fosse rappresentato anche in Israele, dovevo accettare il lavoro dei censori. Oggi mi rincuora il fatto che all’estero il pubblico possa assistere alla versione integrale. La prima volta è stato messo in scena a Oslo, mentre il 4 aprile è stato visto a Firenze, al Cantiere Florida e all’interno della rassegna cinematografica Middle East Now.

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Einat con la poetessa e attivista Dareen Tatour

Dare voce. E creare memoria

E ho un’altra consolazione: dichiarandomi guerra, il governo ha riconosciuto in modo esplicito il valore della mia battaglia. Ne esce rafforzata la mia convinzione della potenza del teatro, e della cultura in generale, come mezzo non violento per resistere. L’arte ha la capacità di rinnovare la memoria, ma anche di crearne una nuova, da condividere con migliaia di persone in tutto il mondo. Ma l’arte ha anche la capacità di produrre una nuova percezione della realtà, ben lontana da quella ufficiale affidata al sistema mediatico.

I vari attacchi di cui sono stata vittima hanno spinto molti miei colleghi a prendere una posizione: se non in favore della Palestina, quantomeno in difesa della libertà di espressione. In molti si sono infatti resi conto che la mia lotta è anche la loro lotta, perché in una vera democrazia non dovrebbe esistere alcuna censura verso chi sta dicendo una verità, scomoda ma comunque dimostrabile da fatti concreti. Mi auguro che un giorno non sarò l’unica a combattere dal palcoscenico perché Israele diventi un Paese più giusto. Affinché ciò accada, noi artisti dobbiamo capire che uno degli scopi principali del nostro lavoro è quello di dare voce agli unspoken, così che un giorno la libertà di espressione sia davvero un diritto universale in un mondo privo di ingiustizie. E perché nessuno sia costretto al silenzio, qualunque sia la sua identità e la sua storia.

Anna Di Giusto

 

 

 

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